L’etimologia di “lira”

  

Tutto incomincia con la libbra, unità di peso degli antichi Romani: 12 once, pari a 325 grammi, ma ben presto mutò volto e funzione, diventando una vera e propria unità monetaria. Erano gli anni dell’ascesa di Roma, in cui abbondavano metalli e materie preziose. Anni di prosperità che indussero ad utilizzare il bronzo (aes in latino) per coniare la prima moneta, un piccolo lingotto detto aes libraria: il suo peso era quello di una libbra, e cosi l’asse librale cominciò, a essere denominata anche lira.

         L’ampliarsi dei traffici e l’inflazione monetaria produssero un divario crescente tra lira e vecchio asse librale, che nell’uso comune venne sostituito da assi “leggeri”, che pesavano molto meno. Cambiamenti decisi si ebbero poi con l’introduzione del denarius d’argento e con la coniazione dell’aureus nummus, che consentirono di rimonetare con il sigillo romano l’argento delle dracme greche e l’oro dello statere di Alessandro Magno.

Ormai le monete in circolazione non corrispondevano più ad una libbra (lira). Che era divenuta qualcosa di immaginario, una comodità teorica utile solo “per far di conto”, mentre nella vita di tutti i giorni gli scambi e gli acquisti si realizzavano con monete differenti.

 Fu Costantino il Grande, nel 315 d.c., ad intuire la necessità di una riforma del sistema monetario imperiale. Un sistema nel quale, a causa della pratica del “signoreggio” (il costante bisogno di denaro induceva 1’autorità politica a demonetare la valuta, per poi rimonetarla mescolando all’argento o all’oro metalli di scarso valore), si era perso definitivamente il rapporto tra valore dichiarato dalle monete e valore effettivo dei metalli preziosi che le costituivano.

 

La riforma di Costantino

 

Costantino si apprestò quindi a riordinare il tutto; mantenne intatta la diarchia di oro ed argento e stabilì nuovi parametri sia per l’aureus sia per il denarius. Si decise, inoltre, che soldo e denaro avrebbero avuto lo stesso peso (4,5 grammi, 1/72 di libbra) e un rapporto che era quello commerciale tra oro e argento: 1 a 12. Per avere un soldo ci sarebbero quindi voluti 12 denari d’argento.

Dopo i secoli bui delle prime invasioni barbariche, con l’Impero di Carlo Magno si concretizzò nuovamente una forma di unificazione europea. E divenne ancora una volta necessaria un’unica misura dei valori, che agevolasse traffici e consumi. Per l’antica lira, la libbra, era giunto il momento di tornare sulla scena. Non a caso molti storici assegnano proprio a Carlo Magno il merito di aver introdotto per la prima volta la lira che divenne unità monetaria con l'introduzione, da parte di Carlo Magno, della cosiddetta libbra "pesante" (408 grammi ) nel 793 d.C. Dalla libbra (Lira) carolingia gli zecchieri del tempo dovevano ricavare 240 denari d'argento di 1,7 grammi (l'unica moneta che a quel tempo fu veramente battuta). Per molto tempo, infatti, la lira non è esistita fisicamente come moneta, ma, dato il suo alto valore, fungeva solo da “unità di conto”.

Con nuove vesti, non più come moneta di bronzo bensì d’argento, la lira/libbra divenne protagonista del sistema monetario carolingio. Nel quale valeva 240 monetine d’argento, cioè 240 denari.

Come l’antica lira di assi, anche la lira di denari non venne mai coniata, restando una moneta fantasma, adoperata nei conteggi di transazioni elevate, concluse poi, nel concreto, con pagamenti in denari. Una moneta immaginaria, che svolse per mille anni la funzione di moneta di conto: scomparso del tutto l’oro dalla circolazione, l’argento era infatti l’unico metallo prezioso disponibile.

Il sistema carolingio, teoricamente bimetallico, era, di fatto, un sistema monetario monometallico basato su di un rapporto fisso tra oro e argento: una lira era pari a 20 soldi e a 240 denari, e un soldo pari a 12 denari: questo l’ordine di grandezza del sistema monetario europeo, anche dopo la scoperta dell’America che riversò in Europa grandi quantità di oro e argento con cui si coniarono nuove monete. Il valore di ducati, fiorini, genovini, baiocchi, piastre, talleri, le nuove monete che ora circolavano nel Continente e che si possono vedere nelle raccolte di numismatica e nei kolossal in costume, restava comunque sempre agganciato al valore di mercato di lira, soldi, e denari.

Pertanto, fu con la riforma di Carlo Magno, che avvenne la trasformazione della libbra in un sistema di pagamento. Il gran conquistatore istituì come unica moneta il denaro argenteo e stabilì che per ogni libbra d'argento si ricevessero in cambio 240 denari. In verità il denaro d'argento era una moneta piuttosto scomoda: non aveva multipli e per le transazioni di portata più rilevante, come la compravendita di terre, schiavi o cavalli, ne occorrevano centinaia, se non migliaia. Per evitarsi calcoli troppo complessi, la gente comune, e soprattutto i mercanti, trovarono assai più pratico iniziare a dire “1 lira”, al posto di “240 denari”, e allo stesso modo “10 lire e 100 denari”, invece di “2500 denari”. Così il concetto di lira si affermò ed ebbe diffusione nel linguaggio quotidiano, pur non esistendo nella realtà alcuna moneta con quel nome.

Altrettanto curioso è che la futura moneta italiana avesse conquistato quasi tutto l'Occidente cristiano dell'epoca, fino alla Manica, senza mai spingersi più a Sud di Roma, dove perdurò il sistema monetario romano-bizantino o si affermò l'influenza della moneta araba.

 

 

La nascita della lira

 

Prima di giungere all’attuale lira italiana, un’altra importante riforma monetaria interessò il Continente europeo. Fu la riforma napoleonica del 1803, realizzata con la legge del 7 germinale dell’anno XI (28 marzo 1803). Napoleone voleva creare un sistema monetario assolutamente razionale, nel quale i mezzi di conto fossero adeguati a quelli di pagamento, nel quale l’oro e l’argento potessero essere adoperati indifferentemente. La prima vera lira Italiana (basata sul sistema decimale 100 centesimi = 1 lira ), fu coniata da Napoleone nel 1808, mentre le 5 lire d’argento e le 20 lire d’oro furono coniate nel 1807.

 

La prima lira di Napoleone del 1808

 

 

 

          Per questo si stabilì un rapporto “fisso” tra i due metalli preziosi: 1 a 15,50 (media del valore commerciale dei due metalli negli anni che precedettero la riforma) e si strutturò l’ordine monetario sul sistema metrico decimale. Una moneta centrale in argento, il franc (franco), un pezzo da 5 franchi, l’ecu (scudo) in argento quasi puro, ed infine una moneta d’oro del valore di 20 franchi, il marengo. Il franco, detto anche livre gèrminal venne adottato in tutta Europa, continuando a circolare in Francia, Svizzera, Belgio, Grecia e Regno di Sardegna anche dopo il 1850. Una grande svolta ci fu in occasione dell'unificazione italiana, quando si trattò di adottare un sistema monetario comune per il neonato mercato interno. Nelle province che fra il 1859 e il 1861 venivano mano a mano annesse al regno sabaudo, Vittorio Emanuele II estese, in sostituzione delle monete locali, la lira nuova di Piemonte, da allora in poi chiamata lira italiana.

 

Il ritorno della lira

 

Il Regno di Sardegna fu il primo ad introdurre il termine lira per indicare il franco napoleonico. La nuova lira piemontese non era una moneta immaginaria, ma una moneta coniata effettivamente, adoperata per i conti e i pagamenti. Divenuta per legge valuta italiana nel 1862, la lira poteva circolare liberamente in tutti i Paesi dell’area del franco. Di lì a poco, nel 1865, con la parificazione della moneta spicciola, la lira piemontese entrava a far parte del1’Unione monetaria latina. L’Italia, la Francia, la Svizzera, il Belgio e la Grecia, al fine di agevolare gli scambi, crearono l'Unione Monetaria Latina. Le monete d'oro e d'argento di questi paesi avevano lo stesso peso, diametro e percentuale di metallo prezioso e potevano quindi circolare liberamente in tutti gli stati membri, proprio come l'Euro dal primo gennaio 2002 novella lega monetaria su scala continentale. Un’unione che da subito si rivelò più un ideale che una realtà: differenti condizioni economiche e strategie politiche antitetiche rendevano quasi irrealizzabile l'unità monetaria effettiva. In quel momento, però, fece apparizione, con pari dignità, anche la lira di carta, quella moneta che poi divenne la più utilizzata dagli italiani. Nel sistema della moneta a valore intrinseco (fatta di metallo prezioso avente in sé il valore dichiarato), la cartamoneta aveva solo un valore sostitutivo, come un assegno. Era una "nota di banco" (banconota) emessa da alcune banche autorizzate dal Governo, ma doveva obbligatoriamente essere cambiata in moneta “sonante” (oro). Il corso forzoso esentò una banca ed in seguito, più banche di emissione, da quell'obbligo in cambio di un prestito in moneta cartacea concesso al Tesoro.

I marenghi d’oro di Carlo Felice,

Carlo Alberto, Vittorio Emanuele II

Re di Sardegna e Re d’Italia,

Umberto I, 50 lire di Vittorio

Emanuele III, 40 lire di Napoleone I

 

Le prime lire, quelle degli anni 1861 e 1862, erano in argento 900. Dall'anno successivo fu usato per il conio l'argento 835, tranne che per le monete da 5 lire o valori superiori, che rimasero nel metallo più pregiato. D'argento erano anche i pezzi da 20 e 50 centesimi, mentre le monetine più piccole erano di rame. Da subito la nuova moneta si trovò ad affrontare una situazione critica, quando il 1° maggio 1866 il governo emanò il famoso decreto che istituiva il corso forzoso della lira, che dichiarava l'inconvertibilità della carta moneta in circolazione in metallo prezioso. Il corso forzoso venne poi abbandonato nel 1881, restituendo fiducia nella moneta italiana sui mercati finanziari. E anche se la stabilità monetaria non era assoluta, negli anni tra l'unificazione italiana ed il 1914 le fluttuazioni furono piuttosto contenute e si accompagnarono ad un notevole incremento del reddito pro-capite. Il primo conflitto mondiale inaugurò invece una nuova era, caratterizzata da una veloce corsa dell'inflazione. Basti pensare che, se nel 1914 occorrevano 3.48 lire per acquistare un grammo d’oro, nel 1921 ne servivano 15.68. Il carovita acuì la protesta sociale che stava crescendo nel paese: nel biennio 1919-1921 un'ondata di scioperi, disordini e violenze travolse la penisola ed aprì la strada all'affermarsi del fascismo. Tra le politiche economiche che il governo Mussolini intendeva perseguire vi era la rivalutazione della lira. Verso la fine del 1925, infatti, l'aumento della circolazione monetaria, che aveva sostenuto la crescita industriale, iniziava a mostrare i lati negativi dell'inflazione e della svalutazione sui mercati esteri.

 

Quota 90

 

A coronare una serie di manovre stabilizzanti, venne il 18 agosto 1926 l'annuncio dell'apprezzamento della moneta nazionale a un livello molto alto: occorrevano infatti 90 lire per ogni sterlina, quando il cambio corrente era arrivato a 145-150 lire. La scelta della “quota novanta” era dettata non solo da ragioni economiche, ma anche da considerazioni di prestigio internazionale e dalla ricerca del consenso delle classi medie, che vedevano rivalutati i propri risparmi. Con il nuovo secolo, precisamente a partire dal 1936, le monete da 1 lira persero la prerogativa della composizione argentea: fece la sua comparsa il nichel, seguito a ruota dall'acmonital, una lega formata da acciaio, cromo, nichel e vanadio, usata sino al 2001 per le 50 e 100 lire. L'inflazione frattanto non si arrestava, e crebbe a dismisura con la seconda guerra mondiale: nel 1943 l'oro valeva 21,38 lire al grammo, solo due anni dopo già 112,53 lire e nel 1948 il suo prezzo era di ben 646,64 lire. Gli anni Cinquanta e Sessanta segnano il periodo del "boom", della miracolosa ripresa dell'economia italiana.

La lira rappresenta in quegli anni per gli Italiani la speranza in un futuro più prospero. E poco importa se la moneta base che la zecca mette in circolazione, quella da 1 lira, è uno spicciolo di appena 17 millimetri di diametro, che pesa poco più di mezzo grammo ed è fabbricato con un materiale poco nobile come l'italma, una lega a base di alluminio e magnesio. Quello che conta è il simbolo di rinascita che porta con sé, la voglia di farcela, a dispetto della guerra appena conclusa e della povertà ancora diffusa, in un periodo in cui la gente canta “Se potessi avere mille lire al mese…”.      Questo sentimento concorre a far entrare la lira nell'immaginario collettivo, a farne un mito, come avviene anche per la Vespa e per la Fiat 500, che sono emblemi di relativa agiatezza, ma soprattutto di una gioventù ruggente e di libertà. Non è un caso che sul dritto della moneta, che entra nelle tasche degli Italiani a partire dal 1951, sia raffigurata una cornucopia, simbolo dell'abbondanza. Un simbolo dal piglio nostalgico, in considerazione del cambiamento dell'Euro.

 

La lira banconota

 

II risultato fu che per gli anni in cui fu in vigore (dal 1866 al 1881, ma poi fu riusato negli anni '90) la lira di carta aveva lo stesso valore delle monete d'argento o d'oro. Non più un surrogato della vera lira, ma moneta in virtù della legge, moneta, in altre parole, a “valore legale”. Nelle strisce del Corriere dei Piccoli intanto, nel 1908, comparve per la priva volta il mitico “un milione” del signor Bonaventura.

Negli anni ‘70 dell’800, vi fu anche una curiosa anteprima dei cosiddetti miniassegni, che fecero una fugace comparsa circa trent'anni fa (dando parecchio da fare ai collezionisti) per sopperire alla carenza di spiccioli. L'improvviso innalzamento del valore commerciale dell'argento, fece sparire la moneta divisionale, spingendo molte banche, soprattutto popolari, a improvvisarsi istituti di emissione col mettere in circolazione “buoni cassa” di piccolo taglio.

Intanto, l’Unione monetaria latina iniziava a dare i primi segni di crisi: durante la prima guerra mondiale andarono infatti scomparendo le lire d'argento o d’oro, sostituite da banconote utilizzabili solo all'interno dei confini nazionali. Nel 1927 l'Unione monetaria latina moriva: l’Italia fascista adottava come unico riferimento monetario l’oro, entrando a far parte del circolo esclusivo degli Stati del “blocco dell'oro”, che volevano mantenere la convertibilità diretta, o attraverso altre valute, della moneta di carta in oro. Si trattava per lo più di propaganda. Le lire d’oro rimanevano nei forzieri e nei desideri degli italiani, mentre nei mercati e nei negozi, i commerci e gli affari erano portati a termine con la lira di carta.

 

“Se potessi avere mille lire al mese…” Erano il sogno di tanti italiani alle prese con i problemi della recessione mondiale del post ‘29.

 

 

 

 

 

 

 

 Le “AM LIRE” un tipico esempio di “lesa maestà” nei confronti della nostra moneta, da parte di un invasore arrogante che ha messo in circolazione ben un miliardo di banconote, causando un’inflazione, dal 1943 al ’46, del 1.034 %.

Moneta “vile”, la lira di carta fu più volte falsificata, da falsari di professione, da banche (negli anni ‘90 del XIX secolo fu una banca di emissione a mettere in circolazione una doppia serie di banconote) e dagli eserciti di occupazione che, durante l'ultima guerra, si dotarono di appositi cliché per stampare in proprio le banconote. Gli anziani ancora ricordano le cosiddette “am-lire”.

 

Moneta “debole”, la lira di carta subì negli anni un’erosione inflazionistica incredibile, che la costrinse a rimanere sempre cartacea. Veri e propri lenzuoli, che riempivano in fretta i portafogli ma non bastavano a garantire il benessere, le lire di carta divennero segno tangibile della difficile situazione economica del Paese. Le banconote, sempre più maneggevoli, hanno poi fatto conoscere i volti di artisti, scienziati, navigatori e poeti rigorosamente del Bel Paese. E l’unica donna a guadagnarsi l'onore della cartamoneta, sulle mille lire, è stata la pedagogista Maria Montessori.

 

 

Le 500 lire con le bandierine controvento del 1957.

Fior di conio hanno una quotazione di 7.500 euro.

 

Le 500 lire d'argento

 

       I pochi tentativi di mettere in circolazione monete metalliche, con una piccola parte di contenuto prezioso (le 500 lire “delle caravelle”), si rivelarono sempre clamorosi insuccessi. Il valore intrinseco delle monete in breve tempo finiva con il superare il loro valore nominale, rendendole così preda di piccoli e grandi incettatori. Addirittura, si sospettò che in alcuni momenti le piccole monetine di italma (una lega poco nobile di alluminio e magnesio) sparissero dalla circolazione perché utilizzabili con profitto come materia prima da mai identificate fabbriche di bottoni.

Le prime 500 lire del 1957 con la scritta PROVA, coniate in 1.004 esemplari e date in omaggio ai parlamentari, avevano la peculiarità di avere raffigurate le bandierine degli alberi maestri delle caravelle, orientate controvento, quindi in senso opposto rispetto a quelle degli esemplari normali.

 

 

 

Ciononostante, la lira che se ne va qualche rimpianto lo lascia certamente: nostalgie, ricordi di un’Italia del dopoguerra sconfitta ma ricca di speranze, come dimostra quella cornucopia riprodotta sul dritto della moneta da una lira del 1951: un augurio di abbondanza e benessere.

 

Da povero Paese agricolo e commerciale, l'Italia è, infatti, diventata una delle maggiori potenze industriali del mondo. E qualche merito la cara, vecchia lira l'avrà ben avuto!

 

Per te abbiamo risparmiato,

per te abbiamo lavorato,

ti abbiamo collezionato,

siamo divenuti numismatici,

… sei stata

la compagna della nostra vita,

ti abbiamo voluto bene.

Ci mancherai!

 

 

  CIAO LIRA

ANTONIO TOMASELLO

 

 

 

 

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